Puntata Hollywood Party 30/7/2015

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-5b6ed3b3-6008-43e5-ac16-311d30661ea3.html#ALBERTO BARBERA CON IL FESTIVAL DI VENEZIA, JASMINE TRINCA E ANNA MAGNANI

L’estate pullula di festival e anche il festival di Venezia inizia a scaldare i motori. Oggi Alberto Barbera, il direttore della kermesse, ci racconta le strategie e i dietro le quinte di questa edizione in procinto di partire. E poi Jasmine Trinca direttamente dalla Valigia dell’Attore, la manifestazione dedicata al lavoro d’attore, intitolata a Gian Maria Volonté, per raccontarci il suo rapporto con la recitazione, i personaggi e tutto quello di cui un interprete deve avere cura. E ci salutiamo con Anna Magnani, ma questa volta vista da oltreoceano proprio a partire dal libro di Barbara Rossi che si propone di approfondire la figura di Anna Magnani attraverso la ricchezza di fonti giornalistiche e saggistiche, in particolare sull’esperienza hollywoodiana fra la metà e la fine degli anni Cinquanta.

In conduzione Efisio Mulas e Dario Zonta

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Barbara Rossi: «Anna Magnani, mi incantavo a guardare i suoi film» (Alessandria Post, 30/7/2015)

by Pier Carlo Lava
Barbara Rossi è Presidente de ‘La voce della luna’, un Associazione che ha l’obiettivo di promuovere la cultura cinematografica, letteraria, filosofica ed artistica, proponendosi come luogo di incontro e di aggregazione nel nome di interessi culturali ed assolvendo alla funzione sociale di maturazione e crescita umana e civile, attraverso l’ideale dell’educazione permanente. L’abbiamo incontrata per un intervista a seguito dell’uscita del suo libro “Anna Magnani: un’attrice dai mille volti tra Roma e Hollywood” (Edizioni Le Mani, Recco, 2015), che racconta una complessa figura di donna e di attrice, con particolare riguardo all’esperienza hollywoodiana. Queste le sue risposte alle nostre domande:
Partiamo dal titolo del tuo libro, “Anna Magnani: un’attrice dai mille volti”. Noi spettatori ricordiamo la Magnani soprattutto per alcuni ruoli che le hanno regalato il successo internazionale: la popolana di “Roma città aperta” di Rossellini, la madre ambiziosa di “Bellissima” di Visconti… perché, allora, tu parli di “un’attrice dai mille volti”?
R. Perché effettivamente Anna è stata un’attrice dai mille volti: pensiamo agli esordi teatrali, a quella parte della sua carriera che ha dedicato alla rivista, agli spettacoli in duetto con Totò. Si tratta di una fase che noi abbiamo in parte dimenticato, forse perché oscurata dai ruoli cinematografici di Anna; pensiamo alle parti di mamma tragica, a “Roma città aperta” di Rossellini e a “Mamma Roma” di Pasolini, ruoli con i quali si è fortemente identificata, ma che hanno fatto passare in secondo piano i suoi esordi teatrali e anche il tentativo compiuto dall’attrice di portare alla luce diversi volti di sé valicando l’oceano e andando a lavorare in un contesto produttivo totalmente diverso da quello italiano.
Volti che a Hollywood la Magnani è riuscita a far emergere?
R. Soltanto in parte. Bisogna tener conto del fatto che lo star system hollywoodiano dell’epoca era piuttosto rigido: di conseguenza, a parte il primo film girato negli States, “La rosa tatuata”, con cui vince l’Oscar, la Magnani si trova, a lungo andare, nuovamente costretta in ruoli piuttosto stereotipati e dunque decide di concludere prematuramente l’avventura americana.     
So che il tuo libro è il frutto di un lungo percorso di studio e di ricerca sulla figura di Anna Magnani: come e quando è nato in te l’interesse per questa attrice?
R. L’interesse per la figura di Anna Magnani è nato sin da quando ero ragazzina, e mi incantavo nel guardare i suoi film. Poi, nel corso del tempo e a partire dagli studi universitari ho avuto modo di conoscerla meglio, di approfondire la conoscenza dei suoi ruoli, del suo essere un’attrice e un’artista a tutto tondo, dalla straordinaria personalità.   
Tu parli nel tuo saggio di una unicità della Magnani rispetto alle attrici italiane che sono comparse sullo schermo prima e dopo di lei. In cosa consiste questa differenza tra Anna e le altre?
R. La Magnani inizia la sua carriera cinematografica nel 1934, con “La cieca di Sorrento” di Nunzio Malasomma: all’epoca, trionfavano sugli schermi le dive del cinema di regime, che senza dubbio non possedevano la fisicità e il magnetismo, la forza espressiva di Anna. In seguito, quando l’astro della Magnani inizia a declinare, sul finire degli anni cinquanta, vanno di moda le “maggiorate” come la Loren, la Mangano o la Lollobrigida: dive straordinarie, provenienti dai fotoromanzi o dai primi concorsi di bellezza, ma senza dubbio altro rispetto a “Nannarella”. Eduardo De Filippo diceva che «Anna è un animale di cinema e di teatro che non si avrà mai più». Era unica, appunto.  
Nel tuo libro ti concentri sulla cronaca, anche giornalistica, degli anni americani di Anna Magnani, e sull’analisi dei film hollywoodiani. Che cosa ti ha interessato di questa fase della sua carriera?
R. Si tratta di una fase poco studiata, nonostante le abbia fruttato un Oscar, prima attrice italiana a riceverlo nell’intera storia del premio. Qui in Italia, conquistati dai ruoli che hanno contribuito a far conoscere la Magnani anche oltreoceano, in film quali il già citato “Roma città aperta”, “L’onorevole Angelina” di Zampa e “Bellissima” di Visconti, abbiamo un po’ trascurato ciò che ha realizzato altrove. Eppure, è proprio dalla lettura delle cronache giornalistiche dell’epoca che la riguardano, come del ricco epistolario con i grandi produttori e registi americani che emergono i mille volti di Anna. Un’attrice istintiva nella recitazione, ma anche estremamente pignola e precisa nella preparazione a un ruolo: era capace di ricordare alla perfezione ogni singolo passaggio del copione. Mi ha molto colpita, inoltre, nella ricostruzione degli anni americani, la sua intenzione di dedicarsi alla regia, di passare dietro la macchina da presa, proposito inconsueto, in quel periodo, per un’attrice, e che la dice lunga sul suo straordinario talento.            
C’è un aneddoto legato alla Magnani degli anni hollywoodiani che ci puoi raccontare?
R. Di aneddoti ce ne sarebbero tanti. Ma ne ricordo uno, in particolare, legato alla figura di Marlon Brando. Brando e Anna si incontrano sul set di “Pelle di serpente”, di Sidney Lumet, l’ultimo film americano della Magnani, e fanno scintille. Sono due divi profondamente diversi fra loro, per carattere e modo di recitare: per questo passano tutto il giorno a litigare. Un giorno Marlon va nel camerino di Anna con un’aria torva: «Tu sei molto più forte di me, tu vinci sempre», le dice. Anna risponde serafica: «Tu non sai, Marlon, quante volte ho perso nella mia vita. Ma perdere ogni tanto fa bene. Farebbe bene anche a te».   
Quale tra i film americani ti è piaciuto di più e perché?
R. Ho amato tutti i film hollywoodiani della Magnani, ma in particolare “La rosa tatuata” di Daniel Mann, con cui ha vinto l’Oscar: qui, la particolare alchimia creatasi sul set con il regista e con Burt Lancaster, ha permesso ad Anna di uscire almeno in parte dallo stereotipo in cui molti ruoli italiani l’avevano costretta. Amo molto anche “Pelle di serpente”, il suo terzo e ultimo film americano: una storia tragica scritta per la Magnani ancora una volta da Tennessee Williams, la riproposizione in chiave moderna del mito di Orfeo ed Euridice. Un film drammatico, estremo a tratti, ma in cui possiamo godere dell’interpretazione di due grandi divi internazionali.     
Che cosa pensi che rappresenti Anna Magnani per le generazioni che hanno avuto modo di conoscerla direttamente e per quelle più giovani?
R. Per quanto riguarda le prime, credo che Anna Magnani abbia rappresentato il simbolo della ricostruzione dopo la tragedia della seconda guerra mondiale; in particolare, ha incarnato tutte quelle donne che con il loro duro lavoro quotidiano hanno riedificato, mattone dopo mattone e dal basso, il nostro Paese, lottando nello stesso tempo per far quadrare il bilancio familiare e crescere i figli. Le giovani generazioni, invece, sfortunatamente la conoscono meno: forse hanno nella memoria quella caduta mortale della Pina sul selciato di via Montecuccoli, a Roma, che grazie al film di Rossellini ha reso la Magnani un simbolo e un’icona. Ma Anna è stata ed è molto altro, sia dal punto di vista artistico che umano: come tutti i grandi artisti, un’opera aperta, con ancora molto da raccontarci.       
Per quale motivo sia i lettori giovani che quelli meno giovani dovrebbero acquistare il tuo libro? 
R. Da lettrice, penso che il mio libro possa interessare le giovani generazioni per l’opportunità che offre di scoprire un’attrice e una donna che non appartiene al loro immaginario; per quanto riguarda la generazione più matura, credo che contribuisca a rievocare due mondi artistici che ci hanno fatto egualmente sognare: quello di Cinecittà negli anni Cinquanta, degli attori italiani venuti dal teatro e poi passati al grande schermo, da Totò ad Aldo Fabrizi, da Carlo Campanini ad Ave Ninchi; e quello hollywoodiano degli stessi anni, frequentato da star del calibro di Bette Davis, Ava Gardner, Joan Crawford, Marlon Brando, Burt Lancaster e molti altri.
Che insegnamento potrebbero trarre i giovani da questo libro?
R. Se di insegnamento possiamo parlare, credo che possa derivare non dal libro in sé, ma dalla figura di Anna stessa: una donna, prima ancora di un’attrice, che si è fatta strada contando esclusivamente sulle proprie forze, senza l’aiuto di nessuno; e che, oltretutto, è stata molto coraggiosa, a un certo punto della sua carriera, nell’abbandonare una patria che l’aveva messa da parte ma che aveva anche saputo porre in risalto il suo talento, per andare a lavorare in un luogo e in un contesto produttivo molto diversi da quelli abituali, con l’obiettivo di scoprire nuovi lati del proprio talento. La Magnani ci insegna che c’è sempre la possibilità, nella vita, di superare i propri limiti, di avvicinarsi ai propri sogni, facendo leva su noi stessi. Un monito davvero molto attuale.     
E’ già possibile trovare il tuo lavoro in libreria, e dove può documentarsi il lettore che desidera saperne di più?
R. Il mio libro è uscito in libreria a metà luglio; per saperne di più e per venire aggiornati sulle novità e sulle date delle presentazioni, è possibile visitare i siti www.lemanieditore.com e www.annadaimillevolti.wordpress.com; oltre alla pagina facebook del libro, www.facebook.com/Anna verrà. Ricordo, inoltre, il sito dell’Associazione La voce della luna, www.voceluna.altervista.org  
 http://piercarlolava.blogspot.it/2015/07/barbara-rossi-anna-magnani-mi-incantavo.html

La Magnani a Hollywood: vita randagia di una tigre (Il Giornale, 22/7/2015)

di Cinzia Romani

Nannarella” non si adattò agli Usa. Troppo focosa, come disse Brando. Ma anche molto gattara, secondo Tennessee Williams.

Le star internazionali, da Brigitte Bardot a Sophia Loren, prima d’essere attrici erano donne sexy e attraenti. Fa eccezione Anna Magnani, che non era né glamour, né seducente, pur essendo arrivata in vetta, a Hollywood: fu la prima attrice italiana a vincere l’Oscar con La rosa tatuata (1955), film scritto per lei dal commediografo Tennessee Williams, due premi Pulitzer.

Il quale la impose come Serafina delle Rose, personaggio che aprì a «Nannarella» le porte della Mecca del Cinema, legandosi alla sua attrice feticcio in un’amicizia lunga un quarto di secolo. Finita l’ondata celebrativa per il quarantennale della morte di Anna, un libro di Barbara Rossi Anna Magnani. Un’attrice dai mille volti tra Roma e Hollywood (Le Mani Editore, pagg. 398, 20 euro) ci ricorda il periodo hollywoodiano della diva, intensa protagonista del teatro e del cinema italiani tra i Cinquanta e i Settanta. Gli anni americani della «tigre del Tevere», come i cinematografari d’una Roma povera, ma ancora bella, soprannominavano quest’interprete di gran temperamento, sono quelli compresi tra il 1954 e il 1959. Un periodo che frutta alla star romana – ma Franco Zeffirelli, amico di lei, sostiene sia nata al Cairo – i film Selvaggio è il vento e Pelle di serpente . Nonostante le platee americane considerassero la Magnani alla stregua di Greta Garbo, un’iconica diva senza tempo, a lei l’ american dream andava stretto. «Cosa volete che sappia di Hollywood io? Nulla. Io qui lavoro e basta: per me è un posto di lavoro come un altro. Se mi chiedete qualcosa di Roma, vi potrei dire un sacco di cose. Ma Hollywood… vado e vengo talmente in fretta. Io adoro Roma, la mia splendida città simile a un’affascinante donna addormentata», rispondeva ai giornalisti che l’assediavano per sapere che cosa si provava al cospetto di Marlon Brando. Un’altra star che con lei, incerta nel suo inglese romanizzato, non fu tenero: nella sua autobiografia la descrisse come la tipica donna latina, inutilmente passionale, che avrebbe cercato di sedurlo, sbattendolo sul letto del suo albergo a Beverly Hills.

Le ragioni per cui Anna non sposò l’ american way of life sono molteplici: dalla rigidità del sistema americano dei generi, che la costringe nello stereotipo dell’italiana tutta istinto alla sua provenienza geografica, quell’italianità e romanità da lei sbandierate. Un tratto distintivo d’appartenenza che oggi, tra divi globalizzati e privi di caratteri identitari, fa quasi tenerezza. Come sorprende la complicità «gattara» con Tennessee Williams, il mostro sacro de La gatta sul tetto che scotta e di Un tram chiamato desiderio , che a notte fonda, nella capitale addormentata, fa la spola, in macchina con «Nannarella» che guida spericolatamente, tra le comunità feline di Torre Argentina e Villa Borghese. Quale diva contemporanea si tirerebbe dietro uno scrittore di rango per sfamare qualche felino randagio? Anna Magnani era un po’ randagia anche lei, segnata alla nascita – nel quartiere papalino di Porta Pia? Nell’esotica capitale d’Egitto? – da un’incertezza anagrafica: quando nel 1908 la romagnola Marina Magnani la mette al mondo, il padre calabrese, Pietro Del Duce, è latitante, né la riconoscerà mai. Per questo le sue radici si perdono e quella ragazzina dagli occhi cupi e malinconici sentirà d’avere dentro di sé qualcosa di speciale. «Ho capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno», spiegava. Un quid d’amarezza che la rese emblema d’una generazione di donne pronte, col proprio lavoro, a ricostruire l’Italia del dopoguerra: la popolana Elide di Campo de’ Fiori , o la Pina che cade sul selciato di Roma, città aperta , o l’ambiziosa Maddalena del viscontiano Bellissima , oppure la femmina folle de Il miracolo , che partorisce in cima a un campanile, Mamma Roma è lei, una «mater dolorosa» sul set e nella vita. Furono le apprensioni per la sorte del figlio Luca, colpito dalla polio a 18 mesi, a tenerla lontana da Hollywood.

Inseguendo l’avventura americana della Magnani, Barbara Rossi focalizza l’attenzione su quel primo affacciarsi negli States che fu la presentazione di Bellissima , nel 1953. E qui si capisce che la Magnani è diversa dalle star di Hollywood: la sua recitazione naturalistica, la coincidenza fra il destino dei personaggi interpretati e la sua vita, l’alterità del suo divismo la rendono unica. Certo, chiedendo un parere a Sidney Lumet, o a Marlon Brando, molti erano pronti a sottolineare l’insopportabilità di quella donna caratteriale. Indro Montanelli, che si divertiva a stuzzicarla, cercò di dissuaderla dall’avventura americana per non correre rischi: «Cercavo di parlarle da nemico, dicevo che faceva meglio a rinunciare». «Ahò! Ma che te credi? Io sono Anna Magnani», rispose lei. «E per ventiquattr’ore si stava tranquilli», scrive Montanelli.

 

L’estate della Magnani: intervista a Radio PNR del 7/7/2015

Molto si è scritto di Anna Magnani, una delle nostre migliori attrici, forse la più grande in assoluto. Ora Anna Magnani. Un’attrice dai mille volti tra Roma e Hollywood di Barbara Rossi si propone di approfondire la sua esperienza hollywoodiana fra la metà e la fine degli anni Cinquanta, un parte della sua carriera sulla quale mancava un attento studio complessivo. I sei capitoli di cui è composto il saggio ricostruiscono da una prospettiva storica e artistica la parabola di Anna, dai lontani esordi teatrali alla consacrazione come simbolo del Neorealismo, per arrivare all’Oscar con La rosa tatuata.
Barbara Rossi si concentra sulle pellicole hollywoodiane della Magnani per mettere a fuoco luci e ombre della sua avventura americana e offrire un’ipotesi in grado di spiegarne la repentina conclusione. Viene anche proposta una restituzione della figura dell’attrice attraverso i tre principali “macro-ruoli” del suo itinerario artistico, sullo sfondo dell’evolversi dell’attore italiano e delle immagini del femminile nel cinema prima e dopo il secondo conflitto mondiale.
Completano l’opera dettagliate analisi dei film appartenenti al periodo americano, un accurato apparato biblio-filmografico e una doppia prefazione, di Nuccio Lodato e Michele Maranzana.